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    Divi di Guerra (Italian Edition)

    Por Giancarlo Carotenuto

    Sobre

    Bagdad.
    Sono seduto accanto all'autista dentro un blindato da guerra che sta filando via, a tutto gas, e il più lontano possibile, dal luogo del l'attentato. Lo specchio retrovisore esterno mi rimanda incorniciato l'hotel dell' ONU appena esploso, una macchia indecifrabile e scurita da fumo e detriti, posta in rilievo su un cielo sbiancato dal sole. Dietro di me altri sei militari, quattro carabinieri e due lagunari. Siamo tutti coperti di polvere bianca e fine, mista a sabbia e con gli occhi umidi di lacrime.
    Mi domando, io, che cosa ci faccio qui..? Un operatore cinematografico che insieme al suo regista sta selezionando delle location per un FILM.
    Abbasso lo sguardo e vedo la mia telecamera, i microfoni, il cavalletto troppo vicini a dei fucili mitragliatori, pistole, caricatori.
    Perché la vita mi ha condotto in Iraq alla ricerca di un SOGNO? Perché ho cercato fin da bambino di filtrare tutto attraverso la fantasia, riducendo la realtà, prima dentro un copione e poi sulla pellicola. Montandola a mio piacimento con una moviola Prevost negli anni 80' e 90', poi in digitale con FinalCut?
    Prendo la telecamera e mi inquadro, osservo il Primo Piano del mio viso adulto coperto di schegge rosse e sabbia. Capisco solo ora che è stata la mia famiglia a insegnarmi a sognare, influenzando ogni mia scelta da bambino, da ragazzo e infine da uomo.
    All’inizio degli anni ’50 mia madre, aveva 20 anni, era molto pratica di sogni, perché aveva già imparato a sceglierli, tagliarli e montarli in un piccolo reparto Montaggio, tutto al femminile, di Cinecittà. ‘Città dei sogni’, la chiamavano. Mia madre la raggiungeva con il ‘Tram dei desideri’, il famoso trenino che collegava Roma agli stabilimenti. E non è colpa mia se tutto questo sembra Disneyland. E’ così che li avevano battezzati.
    Lei imparò presto a usare la moviola per vederli, questi sogni, su un piccolo schermo bianco a prisma di luce. In una stretta stanza da lavoro, al buio, associandoli agli attori dell’epoca, ancora sconosciuti ai più. Spezzoni di scene scorrevano davanti ai suoi occhi, mute, il sonoro lo avrebbe accoppiato solo dopo. La prima cosa era controllare che non ci fossero righe o peli o quant’altro fosse sfuggito sul set di ripresa. Più tardi sarebbe arrivato il regista a visionare il materiale per montarlo e a quell’epoca, quando tutto era ancora da inventare, non sapeva chi gli sarebbe stato accanto per aiutarlo. La grande meraviglia del Cinema del dopoguerra: si stavano costruendo le basi di una rivoluzione nel linguaggio del cinema. Ancora oggi, il neorealismo italiano è considerato uno dei grandi modelli della Settima Arte. Grazie al fato, mia madre fu parte integrante di questo processo.
    E io, prima di venire al mondo, arrotolato nella sua pancia, dovevo trovarmi a mio agio immerso negli odori e rumori di quel Cinema Bambino, un cinema tutto da nascere, come me. ‘Canto per te ‘ era il film di Marino Girolami, sulla storia del tenore Giuseppe di Stefano, che la mamma, incinta di me, stava montando nel ’52.
    Avrà cantato anche per me? Di Stefano, voglio dire. Per me nascosto che mi costruivo laboriosamente piedi mani occhi polmoni…e tutto il corredo indispensabile a un animaletto uomo. Naturalmente, a me piace pensare che l’abbia fatto. Colonna sonora d’eccezione. Forse è a causa di Di Stefano e della moviola se alla fine il Cinema mi ha risucchiato. Strappandomi agli studi di Biologia. Uno strappo avvenuto col mio pieno consenso. Uno strappo per sempre. Nel bene e nel male.
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