IL SOCRATE IMMAGINARIO - Commedia di Ferdinando Galiani (1728-1787) e di Gian Battista Lorenzi (1719-1807), musicata da Giovanni Paisiello (1740-1816) e rappresentata a Napoli nel 1775. Lo spunto, come dichiarato esplicitamente dagli autori nella prefazione della prima edizione, é cervantino: a don Tammaro, benestante di Modugno, la lettura di certi antichi filosofi ha stravolto il cervello: egli si crede un novello Socrate e ogni sua azione è ispirata al modello socratico. La commedia, briosa e gustosissima è tutta incentrata in stridori caricaturali per la mescolanza dell’elemento fantastico e reale e, naturalmente, modugnano. Il Socrate immaginario, nato da una trovata burlona, si esaurisce nella caricatura e nella risata che l’accompagna. Nel Socrate la società napoletana ravvisò la caricatura di un dotto e vanitoso avvocato, don Saverio Mattei,
infatuato di grecità e socratico al cento per cento nel sopportare i capricci e gli sgarbi della moglie Giulia Capece Piscitelli.
DON CHISCIOTTE - Lorenzi non trovò alcuna difficoltà ad importare a Napoli caratteristiche spagnole. E quale più tipico carattere spagnolo che non quello del cavaliere errante fuori dal tempo, l’ingegnoso idalgo don Chisciotte della Mancia?
Giovan Battista Lorenzi affronta con arguzia la non facile impresa di ridurre per le scene musicali il capolavoro letterario spagnolo, il primo – ed insuperato – romanzo moderno "Don Chisciotte" che va in scena per la prima volta nel 1769.
Ecco quanto scrive il librettista presentando la propria opera:
«Dall’ingegnoso romanzo intitolato il Don Chisciotte della Mancia ho radunato i fatti, che vedi in questa commedia ristretti. Per dare alla medesima l’unità del luogo, ho dovuto in parte alterarli, e sono talvolta uscito ancora dalle tracce del romanzo per adattarmi alla Compagnia.
Fingo due Dame in Villa di allegro umore, tra le quali capita il gran cavaliere errante Don Chisciotte col suo famoso scudiero Sancio Panza. Queste con l’ajuto di una spiritosa donna di lor servigio, tessono delle graziose avventure per quelli, e non tralasciano nel tempo stesso di prendersi gioco di due loro amanti, di sciocco carattere.
Eccoti in poche parole la mia Commedia spiegata. A me dunque non altro resta, che attendere il tuo compatimento.»
È indubbio che Lorenzi, riesca nell’impresa di riportare varie avventure del romanzo cervantino adattandole alla scena teatrale. Le disgrazie del Cavaliere errante vengono mischiate, come un mazzo di carte e distribuite in maniera che, non rispettando la cronologia originale, riesce a sorprendere almeno in parte lo spettatore.
infatuato di grecità e socratico al cento per cento nel sopportare i capricci e gli sgarbi della moglie Giulia Capece Piscitelli.
DON CHISCIOTTE - Lorenzi non trovò alcuna difficoltà ad importare a Napoli caratteristiche spagnole. E quale più tipico carattere spagnolo che non quello del cavaliere errante fuori dal tempo, l’ingegnoso idalgo don Chisciotte della Mancia?
Giovan Battista Lorenzi affronta con arguzia la non facile impresa di ridurre per le scene musicali il capolavoro letterario spagnolo, il primo – ed insuperato – romanzo moderno "Don Chisciotte" che va in scena per la prima volta nel 1769.
Ecco quanto scrive il librettista presentando la propria opera:
«Dall’ingegnoso romanzo intitolato il Don Chisciotte della Mancia ho radunato i fatti, che vedi in questa commedia ristretti. Per dare alla medesima l’unità del luogo, ho dovuto in parte alterarli, e sono talvolta uscito ancora dalle tracce del romanzo per adattarmi alla Compagnia.
Fingo due Dame in Villa di allegro umore, tra le quali capita il gran cavaliere errante Don Chisciotte col suo famoso scudiero Sancio Panza. Queste con l’ajuto di una spiritosa donna di lor servigio, tessono delle graziose avventure per quelli, e non tralasciano nel tempo stesso di prendersi gioco di due loro amanti, di sciocco carattere.
Eccoti in poche parole la mia Commedia spiegata. A me dunque non altro resta, che attendere il tuo compatimento.»
È indubbio che Lorenzi, riesca nell’impresa di riportare varie avventure del romanzo cervantino adattandole alla scena teatrale. Le disgrazie del Cavaliere errante vengono mischiate, come un mazzo di carte e distribuite in maniera che, non rispettando la cronologia originale, riesce a sorprendere almeno in parte lo spettatore.