Roberto Saporito sa, come il suo amato Houellebecq, che la scrittura è tutt’altro che sollievo, e di conseguenza inventa delle storie senza preoccuparsi minimamente di ferire con l’essenzialità di una lingua che non cerca accomodamenti o posti sicuri di approdo.
Se si leggono i primi due racconti di questo libro (L’ascensore e Voci) la prima sensazione che si avverte – grazie alla scrittura rarefatta e estremamente essenziale nel suo straordinario gioco di sottrazione delle parole – è uno spaesamento labirintico in cui non luogo e assurdo dettano kafkianamente le regole del narrare che hanno a che fare con l’insensatezza dei personaggi e del vivere.
Nicola Vacca
Se si leggono i primi due racconti di questo libro (L’ascensore e Voci) la prima sensazione che si avverte – grazie alla scrittura rarefatta e estremamente essenziale nel suo straordinario gioco di sottrazione delle parole – è uno spaesamento labirintico in cui non luogo e assurdo dettano kafkianamente le regole del narrare che hanno a che fare con l’insensatezza dei personaggi e del vivere.
Nicola Vacca