La CASA ALLE SOGLIE DELL'INFERNO è un romanzo che sviluppa narrativamente il concetto di una volontà distruttiva, quella della protagonista, Eleonora, imbrigliata da "fili oscuri" che si annodano alla sua mente dapprima nel sonno, e poi giungono a dominarla spingendola a uccidere. Eleonora è minimamente cosciente di essere aggredita da un male oscuro, e quest'ultimo si materializza poi in una sorta di embrione, allorché lei risulta gravida.
Voci e forme del passato abitano la sua casa e turbano le notti di Eleonora e di Roberto, il marito, che supplica il fratello Andrea di aiutarlo, perchè Eleonora è testarda e rifiuta di farsi visitare da un medico. Lei frequenta un circolo medianico, e propone a Roberto, che non crede ai fantasmi, una sua "spiegazione". Interviene Andrea, che è psichiatra, e incomincia a scorrere del sangue. La morte segue passo passo Eleonora, e il disegno di quel male oscuro si compie inesorabilmente. Un personaggio dalla natura demoniaca, Mario Valanzuela, ne è lo spietato burattinaio che ha attinto dentro di sé delle forze soprannaturali e anche una letale sete di vendetta proveniente da quella casa: alla fine se ne scoprirà l'origine.
Apparentemente ricalcato su un "cliché" (la casa maledetta) in realtà il mio romanzo ha avuto per me un ben preciso significato psicologico: in esso è un ambiente tipicamente borghese, agiato e tranquillo ad essere il bersaglio della distruttività di Eleonora, che vi è immersa; la protagonista rappresenta (l'ho capito più tardi) la mia stessa ribellione contro quegli "imperativi ipotetici" ai quali, terminato il liceo, mi sono assoggettato via via, assumendo infine il ruolo, socialmente "funzionale", di avvocato. Eleonora è come un rantolo di ribellione e come tutte le mie opere narrative essa ha un'origine assolutamente "esistenziale", sublimando cioè qualcosa di mio (in tal caso, una pulsione efferata). Il male che domina Eleonora è metaforicamente la gravissima distrazione che ho subito (anche per mia volontà) da ciò che più amavo ed amo tuttora: la filosofia. Sotto questo aspetto, pertanto, il "cliché" della casa maledetta è in realtà materia vivissima e rispecchia la mia condizione umana di allora (1987): come Eleonora, infatti, ero anch'io "posseduto" da un fine diverso da quello che più sentivo, e ora posso dire di aver sacrificato l'autonomia della mia volontà a prescrizioni eteronome ed alla materialità, sbagliando. Eleonora che distrugge il suo perfetto mondo borghese e agiato (rappresentazione del pieno soddisfacimento di quella materialità) non è che il riflesso di una mia pulsione inconscia, credo, e una sorta di mia astratta incursione, se vogliamo decostruttiva, ma rimasta incompiuta e in ogni caso fine a se stessa. Ne è scaturito, appunto, un romanzo.Inconsapevolmente immaginavo la distruzione di ciò in cui non credevo, ma a cui ormai mi ero assoggettato.
La cornice del soprannaturale e le modalità narrative del thriller si prestano, in definitiva, a rappresentare i nostri mondi interiori, e di ciò soprattutto Edgar Allan Poe è stato l'inarrivabile Maestro.
Buona lettura!
Voci e forme del passato abitano la sua casa e turbano le notti di Eleonora e di Roberto, il marito, che supplica il fratello Andrea di aiutarlo, perchè Eleonora è testarda e rifiuta di farsi visitare da un medico. Lei frequenta un circolo medianico, e propone a Roberto, che non crede ai fantasmi, una sua "spiegazione". Interviene Andrea, che è psichiatra, e incomincia a scorrere del sangue. La morte segue passo passo Eleonora, e il disegno di quel male oscuro si compie inesorabilmente. Un personaggio dalla natura demoniaca, Mario Valanzuela, ne è lo spietato burattinaio che ha attinto dentro di sé delle forze soprannaturali e anche una letale sete di vendetta proveniente da quella casa: alla fine se ne scoprirà l'origine.
Apparentemente ricalcato su un "cliché" (la casa maledetta) in realtà il mio romanzo ha avuto per me un ben preciso significato psicologico: in esso è un ambiente tipicamente borghese, agiato e tranquillo ad essere il bersaglio della distruttività di Eleonora, che vi è immersa; la protagonista rappresenta (l'ho capito più tardi) la mia stessa ribellione contro quegli "imperativi ipotetici" ai quali, terminato il liceo, mi sono assoggettato via via, assumendo infine il ruolo, socialmente "funzionale", di avvocato. Eleonora è come un rantolo di ribellione e come tutte le mie opere narrative essa ha un'origine assolutamente "esistenziale", sublimando cioè qualcosa di mio (in tal caso, una pulsione efferata). Il male che domina Eleonora è metaforicamente la gravissima distrazione che ho subito (anche per mia volontà) da ciò che più amavo ed amo tuttora: la filosofia. Sotto questo aspetto, pertanto, il "cliché" della casa maledetta è in realtà materia vivissima e rispecchia la mia condizione umana di allora (1987): come Eleonora, infatti, ero anch'io "posseduto" da un fine diverso da quello che più sentivo, e ora posso dire di aver sacrificato l'autonomia della mia volontà a prescrizioni eteronome ed alla materialità, sbagliando. Eleonora che distrugge il suo perfetto mondo borghese e agiato (rappresentazione del pieno soddisfacimento di quella materialità) non è che il riflesso di una mia pulsione inconscia, credo, e una sorta di mia astratta incursione, se vogliamo decostruttiva, ma rimasta incompiuta e in ogni caso fine a se stessa. Ne è scaturito, appunto, un romanzo.Inconsapevolmente immaginavo la distruzione di ciò in cui non credevo, ma a cui ormai mi ero assoggettato.
La cornice del soprannaturale e le modalità narrative del thriller si prestano, in definitiva, a rappresentare i nostri mondi interiori, e di ciò soprattutto Edgar Allan Poe è stato l'inarrivabile Maestro.
Buona lettura!