Queste, molto probabilmente, non sono vere poesie, o almeno non lo sono nel senso classico che siamo avvezzi a dare a questo termine.
Mi piace però pensare, che in realtà quella che ho scritto, sia invece definibile solamente come una semplicissima “raccolta di parole”: parole che vorrebbero saper raccontare di sensazioni, di stati d’animo e di pensieri.
Perciò, almeno apparentemente, in queste frasi tutto sembra essere molto semplice, leggero, a volte quasi ingenuo. E proprio per questa loro semplicità, a un primo sommario sguardo, non lasciano trapelare niente di particolarmente profondo o permeato da chissà quale filosofia.
Ma forse, la verità è un’altra: tutto è stato studiato, ricercato, indagato. Chissà.
Volendo offrire un tocco di ipocrita semplicità, potrei confondere il lettore, dando a queste l’altisonante nome di: “gocce di vita”, in modo da far immaginare che la mia precedente affermazione su quanto siano semplici e ingenue, sia solamente la mascheratura di verità assolute e di profondissimi pensieri.
Niente di tutto questo è vero. Alcune delle mie “parole”, narrano di storie autentiche, vissute, subite; mentre altre di vicende irreali o semplicemente sognate. Di ricordi e d’immagini catturate vivendo e ascoltando il mondo che ci gira attorno. Tutte però hanno un filo comune che sembra tenerle unite: sono innanzitutto delle storie minuscole.
Storie, che hanno per protagonisti attori reali o immaginari, personaggi inventati o conosciuti in un tempo senza tempo. Storie che si sviluppano su temi apparentemente piccoli, quotidiani, concreti. Ci troviamo quindi amori reali e immaginari, vecchi amici ritrovati e frammenti di realtà, uniti a minuscoli ritratti di dolore o di gioia.
Ho scritto di momenti esistiti veramente e che raccontano di felici compleanni o di dolorose malattie; di matrimoni, di nascite e partenze. E ho aggiunto immagini irreali di un “me” vero solo per me stesso, e di un “nessuno” che non conosco ma che credo di aver incontrato chissà quando.
E vorrei che tutto fosse chiaro: racchiudono realtà e finzione, verità e immaginazione, ma niente è completamente vero, così come niente è completa illusione. E non si deve mai lasciarsi prendere dalla tentazione di sovrapporre chi scrive a ciò che cerca di rappresentare, anche se è inevitabile che in questo modo possano facilmente essersi mischiate finzione e verità e che entrambe le cose siano vere e false allo stesso modo.
Per questo le mie non sono vere poesie, ma sono solamente un insieme di parole, prese dal lessico comune, trovate nelle frasi che più spesso usiamo e infilate, quasi a forza, in queste pagine che vorrebbero saper parlare di vita.
Sono perciò, come i temi che tratto, pagine piccole, di poco peso, che sembrano conversare tra loro di vicende semplicissime, ma allo stesso tempo, per chi le vive, tremendamente complicate. Probabilmente parole e frasi non sono facili da afferrare per chi non conosce la realtà di cosa spinge l’autore a cercarle quelle parole; a centellinarle, a tentare di metterle in fila in un contesto logico, che sia anche descrittivo di una realtà che si è rivelata infinitamente difficile da rappresentare.
E come tenta di dire il titolo di questo insieme di storie, le mie parole sono state acciuffate, ghermite, colte dal vivere quotidiano e con apparente disinvoltura, senza particolari tentazioni stilistiche e quasi con sfrontata disinvoltura, semplicemente “sparse su un foglio”, sperando di dare e di dire con esse qualcosa che possa servire a far capire che c’ero.
L’autore, Enrico Miniati nasce a Firenze nel 1951 in un quartiere popolare della periferia nord della città. Studi tecnici, e una vita passata nella Pubblica Amministrazione a occuparsi in prevalenza del “sociale”. Vive nei dintorni di Pistoia, con moglie, figlia e quattro gatte, in una vecchia casa su un colle, vicinissima a un piccolo paese.
Ha già pubblicato un racconto: Ljubljana
Mi piace però pensare, che in realtà quella che ho scritto, sia invece definibile solamente come una semplicissima “raccolta di parole”: parole che vorrebbero saper raccontare di sensazioni, di stati d’animo e di pensieri.
Perciò, almeno apparentemente, in queste frasi tutto sembra essere molto semplice, leggero, a volte quasi ingenuo. E proprio per questa loro semplicità, a un primo sommario sguardo, non lasciano trapelare niente di particolarmente profondo o permeato da chissà quale filosofia.
Ma forse, la verità è un’altra: tutto è stato studiato, ricercato, indagato. Chissà.
Volendo offrire un tocco di ipocrita semplicità, potrei confondere il lettore, dando a queste l’altisonante nome di: “gocce di vita”, in modo da far immaginare che la mia precedente affermazione su quanto siano semplici e ingenue, sia solamente la mascheratura di verità assolute e di profondissimi pensieri.
Niente di tutto questo è vero. Alcune delle mie “parole”, narrano di storie autentiche, vissute, subite; mentre altre di vicende irreali o semplicemente sognate. Di ricordi e d’immagini catturate vivendo e ascoltando il mondo che ci gira attorno. Tutte però hanno un filo comune che sembra tenerle unite: sono innanzitutto delle storie minuscole.
Storie, che hanno per protagonisti attori reali o immaginari, personaggi inventati o conosciuti in un tempo senza tempo. Storie che si sviluppano su temi apparentemente piccoli, quotidiani, concreti. Ci troviamo quindi amori reali e immaginari, vecchi amici ritrovati e frammenti di realtà, uniti a minuscoli ritratti di dolore o di gioia.
Ho scritto di momenti esistiti veramente e che raccontano di felici compleanni o di dolorose malattie; di matrimoni, di nascite e partenze. E ho aggiunto immagini irreali di un “me” vero solo per me stesso, e di un “nessuno” che non conosco ma che credo di aver incontrato chissà quando.
E vorrei che tutto fosse chiaro: racchiudono realtà e finzione, verità e immaginazione, ma niente è completamente vero, così come niente è completa illusione. E non si deve mai lasciarsi prendere dalla tentazione di sovrapporre chi scrive a ciò che cerca di rappresentare, anche se è inevitabile che in questo modo possano facilmente essersi mischiate finzione e verità e che entrambe le cose siano vere e false allo stesso modo.
Per questo le mie non sono vere poesie, ma sono solamente un insieme di parole, prese dal lessico comune, trovate nelle frasi che più spesso usiamo e infilate, quasi a forza, in queste pagine che vorrebbero saper parlare di vita.
Sono perciò, come i temi che tratto, pagine piccole, di poco peso, che sembrano conversare tra loro di vicende semplicissime, ma allo stesso tempo, per chi le vive, tremendamente complicate. Probabilmente parole e frasi non sono facili da afferrare per chi non conosce la realtà di cosa spinge l’autore a cercarle quelle parole; a centellinarle, a tentare di metterle in fila in un contesto logico, che sia anche descrittivo di una realtà che si è rivelata infinitamente difficile da rappresentare.
E come tenta di dire il titolo di questo insieme di storie, le mie parole sono state acciuffate, ghermite, colte dal vivere quotidiano e con apparente disinvoltura, senza particolari tentazioni stilistiche e quasi con sfrontata disinvoltura, semplicemente “sparse su un foglio”, sperando di dare e di dire con esse qualcosa che possa servire a far capire che c’ero.
L’autore, Enrico Miniati nasce a Firenze nel 1951 in un quartiere popolare della periferia nord della città. Studi tecnici, e una vita passata nella Pubblica Amministrazione a occuparsi in prevalenza del “sociale”. Vive nei dintorni di Pistoia, con moglie, figlia e quattro gatte, in una vecchia casa su un colle, vicinissima a un piccolo paese.
Ha già pubblicato un racconto: Ljubljana