«Solo con Falcone» è una frase che torna spesso nelle testimonianze dei primi pentiti di mafia. Molti di loro accettarono di parlare «solo con lui», perché era l’unico magistrato di cui avevano piena fiducia: l’unico che poteva capirli, l’unico che non li avrebbe abbandonati una volta usciti da Cosa Nostra. Il primo a pronunciare quella frase fu Tommaso Buscetta, l’ultimo Gaspare Mutolo, che Falcone, essendo in quel periodo all’Ufficio affari penali, passò a Paolo Borsellino.
Questa pièce teatrale ricostruisce la vicenda del giudice palermitano e dei suoi colleghi attraverso le principali fasi del celebre maxiprocesso di Palermo, dalla confessione di Buscetta alla sentenza definitiva e alle conseguenti stragi.
L’interesse per la figura di Giovanni Falcone va ben al di là della lotta alla mafia e della sua tragica morte. La sua vicenda tocca corde universali, e più nello specifico mostra come in uno specchio pregi e difetti di noi italiani. Goethe ha scritto che «L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna nello spirito. Qui soltanto è la chiave di ogni cosa». Non è un caso se i meccanismi perversi che hanno prodotto e regolano la mafia illustrano alla perfezione, amplificandole, certe caratteristiche tipiche del nostro popolo. Usando le stesse parole di Falcone: «la mafia ci rassomiglia», per quanto ciò possa sembrare atroce. Né si può comprendere il Novecento italiano senza il maxiprocesso. Lì si avviluppano trame che partono dal Fascismo e arrivano fino ai giorni nostri. Solo per citare un fatto, intere pagine della nostra Storia, altrimenti ignote, sono state scritte grazie alla testimonianza dei pentiti, la cui regolamentazione è una delle grandi eredità di Falcone.
Il testo ha ottenuto la Segnalazione Speciale Vittorio Giavelli della XIII edizione del Concorso Europeo per il Teatro e la Drammaturgia Tragos: «Per la capacità di creare una storia drammaturgicamente valida e coinvolgente attraverso dialoghi efficaci, per la realizzazione di personaggi emotivamente intensi, per la ricerca bibliografica e la ricostruzione analitica di una vicenda che ha colpito emotivamente il nostro Paese».
Questa pièce teatrale ricostruisce la vicenda del giudice palermitano e dei suoi colleghi attraverso le principali fasi del celebre maxiprocesso di Palermo, dalla confessione di Buscetta alla sentenza definitiva e alle conseguenti stragi.
L’interesse per la figura di Giovanni Falcone va ben al di là della lotta alla mafia e della sua tragica morte. La sua vicenda tocca corde universali, e più nello specifico mostra come in uno specchio pregi e difetti di noi italiani. Goethe ha scritto che «L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna nello spirito. Qui soltanto è la chiave di ogni cosa». Non è un caso se i meccanismi perversi che hanno prodotto e regolano la mafia illustrano alla perfezione, amplificandole, certe caratteristiche tipiche del nostro popolo. Usando le stesse parole di Falcone: «la mafia ci rassomiglia», per quanto ciò possa sembrare atroce. Né si può comprendere il Novecento italiano senza il maxiprocesso. Lì si avviluppano trame che partono dal Fascismo e arrivano fino ai giorni nostri. Solo per citare un fatto, intere pagine della nostra Storia, altrimenti ignote, sono state scritte grazie alla testimonianza dei pentiti, la cui regolamentazione è una delle grandi eredità di Falcone.
Il testo ha ottenuto la Segnalazione Speciale Vittorio Giavelli della XIII edizione del Concorso Europeo per il Teatro e la Drammaturgia Tragos: «Per la capacità di creare una storia drammaturgicamente valida e coinvolgente attraverso dialoghi efficaci, per la realizzazione di personaggi emotivamente intensi, per la ricerca bibliografica e la ricostruzione analitica di una vicenda che ha colpito emotivamente il nostro Paese».