In un pomeriggio uggioso dell’aprile del 1966, Piero Zurlo si trova a scrivere alcune lettere ai suoi cari vecchi commilitoni, per raccomandare loro di ritrovarsi tutti nella 39° adunata nazionale degli alpini, che si terrà di lì a pochi giorni a La Spezia. Nell’ora di chiusura pomeridiana del suo laboratorio d’orologiaio, comincia a scrivere la prima lettera ma la sua mano, ben presto, si ferma e un passato doloroso si fa vivo e presente.
Appartenevo al glorioso Pinerolo 9° Batteria del IV Reggimento artiglieria di montagna…
Caro Semeria, ti scrivo…
Li ho visti nella bruma della sera, li ho visti l’altro ieri al nostro passaggio nei pressi della riva del fiume. Ammucchiati senza un filo di sole sui loro volti appassiti dalla morte… Non un fiore, non una lieve parola cadeva sui loro corpi addormentati nel suono dell’acqua che greve scorreva e smembrava il silenzio. Spoglio e raccolto, il Vojussa intonava a me, che solo ascoltavo il funebre canto dell’alpino.
Dove vai alpino perduto nel gelo…
Riposa in pace nobile soldato, dormi nella steppa immacolata di bianco, dove passa l’alpino cantando ancora la Montanara. Addio Capitano! Io vado avanti!
Appartenevo al glorioso Pinerolo 9° Batteria del IV Reggimento artiglieria di montagna…
Caro Semeria, ti scrivo…
Li ho visti nella bruma della sera, li ho visti l’altro ieri al nostro passaggio nei pressi della riva del fiume. Ammucchiati senza un filo di sole sui loro volti appassiti dalla morte… Non un fiore, non una lieve parola cadeva sui loro corpi addormentati nel suono dell’acqua che greve scorreva e smembrava il silenzio. Spoglio e raccolto, il Vojussa intonava a me, che solo ascoltavo il funebre canto dell’alpino.
Dove vai alpino perduto nel gelo…
Riposa in pace nobile soldato, dormi nella steppa immacolata di bianco, dove passa l’alpino cantando ancora la Montanara. Addio Capitano! Io vado avanti!